Sull’Isola di San Giorgio Maggiore, il Labirinto Borges trasforma una storia d’amore e di letteratura in un viaggio tra natura, simboli e musica
A Venezia perdersi non è sempre un errore. Talvolta è il modo più autentico per conoscere la città.
Le calli cambiano direzione, i ponti interrompono le prospettive, l’acqua costringe a tornare indietro e dietro un angolo può aprirsi improvvisamente una vista inattesa. È forse per questo che il labirinto dedicato a Jorge Luis Borges sembra appartenere naturalmente a Venezia.
Lo si incontra sull’Isola di San Giorgio Maggiore, nel giardino della Fondazione Giorgio Cini, ai piedi della Manica Lunga: l’antico dormitorio benedettino trasformato da Michele De Lucchi in una monumentale biblioteca. Un luogo nel quale architettura, natura e conoscenza si incontrano, dando forma concreta ad alcuni dei temi più affascinanti dell’opera dello scrittore argentino.
Perché proprio Venezia?
Venezia era una delle città più amate da Borges. María Kodama la descrisse come una città-labirinto, unica per la sua delicata complessità e per la sua storia straordinaria.
La scelta non fu quindi soltanto estetica. Nella città lagunare la metafora borgesiana del labirinto sembra già esistere: nelle strade che si biforcano, nei passaggi che confondono l’orientamento, nei riflessi che moltiplicano le architetture e nella sensazione che ogni direzione possa contenere un’altra possibilità.
Quando Kodama desiderò che il labirinto dedicato allo scrittore avesse anche una versione europea, immaginò che sorgesse accanto a una grande biblioteca. L’Isola di San Giorgio Maggiore riuniva entrambe le condizioni: Venezia, profondamente legata all’immaginario di Borges, e la Manica Lunga, custode di libri e memorie.
Borges e María Kodama: un legame fatto di parole e viaggi
Il Labirinto è anche il racconto di un rapporto umano e intellettuale straordinario.
María Kodama conobbe Jorge Luis Borges quando era ancora una giovane studentessa. Li unirono la letteratura, lo studio delle lingue anglosassoni e la passione per l’Islanda e le antiche saghe nordiche. Con il passare degli anni Kodama divenne la sua compagna di letture, di lavoro e di viaggio.
Quando Borges aveva ormai perduto la vista, lei leggeva per lui e con lui, lo accompagnava e collaborava ai suoi progetti. Insieme lavorarono alla Breve antologia anglosassone, alla traduzione dell’Edda in prosa e ad Atlas, il libro nel quale testi e fotografie custodiscono la memoria dei luoghi attraversati insieme.
Si sposarono nel 1986, poche settimane prima della morte dello scrittore a Ginevra. Da allora Kodama dedicò gran parte della propria vita a custodirne e diffonderne l’eredità culturale, anche attraverso la Fundación Internacional Jorge Luis Borges.
Il giardino di San Giorgio è una delle espressioni più poetiche di questo impegno: non un monumento immobile, ma un’opera viva, destinata a crescere e mutare con le stagioni.
Un libro aperto disegnato nella natura
Il progetto originario del Labirinto fu concepito negli anni Ottanta da Randoll Coate, diplomatico e architetto inglese specializzato nella creazione di labirinti, che aveva conosciuto Borges in Argentina.
La sua fonte d’ispirazione fu Il giardino dei sentieri che si biforcano, uno dei racconti più celebri dello scrittore. La prima realizzazione del disegno nacque nel 2003 a Mendoza, in Argentina; la versione veneziana fu inaugurata il 14 giugno 2011, nel venticinquesimo anniversario della morte di Borges.
Osservato dall’alto, il Labirinto appare come un enorme libro aperto. Più di 3.200 piante di bosso disegnano circa un chilometro di percorsi e compongono, nelle due direzioni, il nome “Borges”.
Tra le siepi si nascondono simboli appartenenti al suo universo letterario e personale: il bastone che accompagnava lo scrittore cieco, gli specchi, le clessidre, la tigre, un grande punto interrogativo, il nome Jorge Luis e le iniziali di María Kodama.
Ogni elemento può essere cercato e riconosciuto, ma il Labirinto non chiede necessariamente di essere decifrato. Può essere semplicemente attraversato, lasciando che siano il cammino, il silenzio e la luce a suggerire significati sempre diversi.
Dal 2021, dentro il Labirinto
Per i primi dieci anni il disegno poté essere ammirato soprattutto dall’alto, dalla terrazza del Centro Vittore Branca. Il pubblico ne osservava l’architettura complessiva, senza però potersi inoltrare integralmente tra le sue biforcazioni.
L’11 giugno 2021, in occasione dei settant’anni della Fondazione Giorgio Cini, dei trentacinque anni dalla morte dello scrittore e del decennale del Labirinto veneziano, i sentieri furono aperti per la prima volta ai visitatori.
L’opera cambiò così prospettiva. Da immagine da contemplare divenne esperienza da vivere.
Entrando tra le siepi, il disegno generale scompare. Non è più possibile dominare il Labirinto con lo sguardo: si procede seguendo intuizioni, svolte e improvvise aperture. È in quel momento che la metafora di Borges diventa esperienza fisica. Il visitatore non osserva più il racconto dall’esterno, ma ne diventa parte.
Walking the Labyrinth: la musica come filo invisibile
Per accompagnare il pubblico in questo passaggio, D’Uva commissionò al compositore Antonio Fresa un’opera originale pensata espressamente per il Labirinto.
Nacque così Walking the Labyrinth, una suite eseguita e registrata con l’Orchestra del Teatro La Fenice e prodotta insieme a Paolo Iafelice e Adesiva Discografica.
La musica è concepita come un viaggio attraverso l’esistenza percorso a ritroso: dalla fine del respiro fino alla scintilla originaria della vita. I suoi quattro movimenti evocano l’evaporazione, la maturità e le radici argentine di Borges, il caos della ricerca e, infine, il ritorno all’origine.
Anche la scrittura musicale custodisce riferimenti borgesiani. Il ritmo iniziale richiama le sei pareti delle stanze immaginate ne La biblioteca di Babele, mentre una cellula melodica ritorna assumendo ogni volta una conclusione diversa: come un sentiero che, davanti a una biforcazione, può condurre verso tempi e destini alternativi.
Inserita nell’audioguida multilingue, la suite crea per ogni visitatore uno spazio di ascolto personale. La tecnologia diventa discreta: non distrae dal paesaggio, ma ne intensifica la percezione. Il fruscio delle foglie, la luce tra le siepi e le apparizioni del campanile di San Giorgio entrano naturalmente nel racconto sonoro.
Tutti percorrono lo stesso giardino, ma nessuno vive esattamente lo stesso Labirinto.
Il piacere di non conoscere subito la strada
Visitare il Labirinto Borges significa accettare di rinunciare, almeno per qualche minuto, alla certezza della direzione. Significa lasciarsi guidare dalla curiosità, attraversare un’opera letteraria trasformata in paesaggio e scoprire che anche uno smarrimento può diventare una forma di conoscenza.
Tra i sentieri di bosso si incontrano la visione di Borges, la dedizione di María Kodama, l’immaginazione di Randoll Coate, la musica di Antonio Fresa e la natura silenziosa dell’Isola di San Giorgio Maggiore.
Prima di uscire, vale la pena voltarsi un’ultima volta. Il percorso appena compiuto potrebbe sembrare già diverso da come lo ricordavamo.
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Il Labirinto ti aspetta. La strada da scegliere, invece, dipenderà da te.